Un esame di maturità dal contrastato lieto fine

A causa di un malinteso, successivamente corretto, Ferdinando nel maggio del 1949, per volontà del vescovo, fu escluso dall’ordinazione sacerdotale. Il rettore, che lo stimava, gli consigliò di trascorrere un anno nell’abbazia di Maguzzano per studiare e conseguire la licenza liceale. Gli chiese poi di continuare gli studi a Roma e di ottenere la laurea in scienze naturali, nella speranza che un giorno potesse essere uno dei professori del seminario.

Nella pagina che segue Ferdinando, con buon umore, racconta di come si svolse l’esame di maturità. Ebbe l’impressione che qualcuno la promozione non gliela volesse proprio dare.

Passarono l’autunno e la primavera, e si arrivò a luglio 1950, al momento atteso e temuto dell’esame di maturità. Fratel Cornale rimase in primo piano perché aiutò Ferdinando a completare la preparazione all’esame. Faceva molto caldo e fratel Cornale aveva preparato nella cantina un luogo tranquillo e fresco in cui Ferdinando potesse studiare.

Si muoveva in modo discreto per non disturbare e, a una certa ora del mattino, si avvicinava in silenzio e portava una bottiglia del suo vino preferito, il chiaretto del Garda, per lo spuntino.

 L’esame si svolse presso il liceo civico di Desenzano e Ferdinando si presentò come esterno e privatista, con il solo diploma di ginnasio: questo significava che sarebbe stato interrogato su tutte le materie dei tre anni di liceo.

 Dal racconto che Ferdinando fece del suo esame, il meno che si possa pensare è che la Commissione si impegnò al massimo per bocciarlo senza pietà. La durata di una interrogazione, di per sé, non sarebbe significativa, ma due ore e mezza per l’esame di scienze e un’ora e mezza per quello di storia e filosofia potrebbero dire qualcosa. Almeno due professori erano chiaramente maldisposti per ragioni ideologiche: la veste talare che indossava quel ragazzo doveva apparire insopportabile. La Commissione aggiunse poi all’ultimo momento, per il giorno successivo, l’esame di lingua e letteratura francese che Ferdinando, a ragione, non aveva previsto e che gli costò una nottata di studio disperato che lo lasciò frastornato.

 Andò bene, ma con un aiuto dall’Alto: così secondo la convinzione di Ferdinando. Quelle tre regole di grammatica, che dovevano essere un trabocchetto nell’intenzione dell’insegnante, memorizzate all’ultimo momento non si sa come, furono sicuramente un regalo del Cielo. Un regalo della sua ottima memoria fu invece la declamazione in francese di alcuni versi di Victor Hugo. E fu così che,

a questa insegnante, Ferdinando strappò sorprendentemente un complimento profetico: «Penso che lei diventerà un bravo sacerdote!»

 Tutto finì bene e Ferdinando ebbe la promozione.

Cfr. I luoghi, i volti, le stagioni, 2° ed., pp. 110-111