Lo sguardo sul quadro del cuore sacratissimo di Gesù

Sul finire degli anni del seminario, 1947, 1948, Ferdinando fa un’esperienza spirituale che avrà un profondo influsso sulla sua vita.

Intensifica il suo rapporto con Gesù nell’eucaristia, passa ore notturne nella cappella, in ginocchio, “ora con lunghi silenzi, ora con insistenti invocazioni bagnate da lacrime di commozione e di consolata sofferenza”.

Vede nell’eucaristia l’immagine dell’Amore di Dio che si dona, ma è davanti ad una immagine del Cuore Sacratissimo di Gesù, ferito, che scopre il segreto per giungere, attraverso il dolore, all’esperienza dell’amore e – più in là – all’intimità con Dio.

E si sente spinto a chiedere con insistenza al Signore di soffrire molto. Dirà: “credo che il Signore abbia accolto, almeno in parte, la mia preghiera”.

Ecco il racconto di quella esperienza spirituale.

Una sera uscivo dallo studio per recarmi in cappella, e dovevo passare per la stanza dove i miei compagni già a letto dormivano.

Entrato nel corridoio completamente al buio fui attratto da un tenue chiarore che illuminava un’immagine collocata sopra la porta. Era l’immagine di Gesù che teneva in mano, nell’atteggiamento di offrirlo, il suo cuore ferito e sanguinante, circondato da spine, avvolto dalle fiamme e sormontato da una croce.

Il suo sguardo intenso e dolcissimo si incontrò con il mio e subito mi ricordai delle sue parole: «Ecco il cuore che ha tanto amato gli uomini e da essi non riceve che ingiurie e indifferenza».

Quel tenue chiarore sul volto luminoso di Gesù che accennava a un sorriso delicato e insieme severo mi lasciò profondamente turbato e mi parve di intuire che senza dolore è difficile capire l’amore.

Così mi sentii spinto a chiedere con insistenza al Signore di soffrire molto per poter vivere più profondamente l’intimità con Lui.

Forse fu presunzione, forse superficialità o incoscienza, ma credo che il Signore abbia accolto, almeno in parte, la mia preghiera, perché nella mia vita non ho mai saputo cosa fosse il benessere fisico.

Bibl. Un somarello, pp. 226-227; Don Ferdinando Rancan, pp. 84-85