Non credo di averlo mai visto scuro in volto

Ho conosciuto Don Ferdinando negli anni del liceo nel seminario vescovile di Verona, dove è stato anche mio insegnante. Di lui mi ha colpito questo: era un docente diverso dagli altri, sia pure tutti ottimi professori. Se dovessi dipingere la sua figura di uomo, di Insegnante e Sacerdote, dovrei procurarmi particolari colori e usare pennelli molto fini, per rendere il volto di Don Ferdinando il più verosimile possibile.

Una delle sue caratteristiche era il sorriso abituale che brillava sul suo volto e soprattutto negli occhi. Non ricordo di averlo mai visto, una sola volta, scuro o alterato; la serenità del comportamento e la gioia che sapeva comunicare ogni volta che lo si avvicinava, penso che siano elementi eloquenti che raccontano l’iter di un uomo innamorato di Dio e, per questo, sensibile con le persone. Erano interessanti le parentesi – così ricordo che le chiamasse – che di tanto in tanto durante le lezioni riusciva ad aprire, per sottolineare aspetti morali o religiosi, che intendeva comunicarci, riuscendo sempre a captare l’attenzione anche di chi, forse, in quel momento era assente o distratto.

Un motto che ripeteva spesso era questo: “La scuola è per la vita”, quindi studia per il tuo oggi e il tuo domani! Intendeva sottolineare, con questo, che noi studenti non dovevamo pensare soltanto al voto che avremmo preso, ma si doveva studiare per crescere. In una parola imparare per la vita che ci attendeva alla fine degli studi.

Per questo egli univa il sapere – frutto di riflessione e di studio che ogni studente era chiamato a portare avanti – alla crescita morale e spirituale. Ci proponeva poi figure che nella Chiesa hanno saputo scrivere pagine di santità: ad esempio, parlava spesso di Santa Teresa d’Avila, che San Paolo VI proclamò poi Dottore della Chiesa, unitamente a Santa Caterina da Siena, e così di tanti altri mistici. Sempre dunque lo studio e la scuola per la vita, non fine a sé stessi

Se dovessi dipingere il suo volto, lo raffigurerei come il volto di un mistico. Era dolce nel parlare, fine nello spiegare le lezioni, mite, cioè padrone di sé, nel riprendere chi avesse avuto bisogno di un richiamo. Si può affermare senza il pericolo di sbagliarsi, che Don Ferdinando dimostrava di avere una marcia in più, rispetto agli altri insegnanti.

Uno dei punti forti di Ferdinando era la preghiera. Ricorderò sempre quello che disse un giorno parlando della preghiera. Don Ferdinando era convinto che non erano le formule, imparate a memoria o recitate meccanicamente, che toccavano il cuore di Cristo, ma era la nostra vita, fatta preghiera, che rendeva lode e gloria al Padre. Diceva che, anche quando si era a scuola o in un campo di calcio, se si era in comunione con Dio, tutto diventava preghiera, perché l’esistenza stessa in quel momento era preghiera. Don Ferdinando Rancan è stato per me un testimone dell’amore di Dio, un profeta per i nostri giorni.

G. T., Cerna 2021