
Il Sacrificio eucaristico era la sua forza soprannaturale
Sono stato in contatto con don Ferdinando Rancan per un lungo tempo, assistendolo per le più diverse necessità. Posso testimoniare che trovava nel Sacrificio eucaristico quella forza soprannaturale che sempre lo accompagnò anche nei momenti più difficili, tanto che era inconcepibile per lui passare un giorno senza celebrare la Messa.
Negli ultimi anni, dopo il 2012 e fino al gennaio del 2017, non potendo più andare in parrocchia, anche a motivo di una progressiva cecità, celebrava la Messa in casa, in Lungadige Matteotti, n. 2, sulla mensola di una libreria allestita a tale scopo, e quando veniva ricoverato all’ospedale, la celebrava perfino sul tavolino della stanza da letto dell’ospedale, avendo sempre a disposizione una valigetta con tutto l’occorrente. Perfino certe sere quando tornava a casa dopo una giornata di analisi e visite mediche estenuanti, non si metteva a cena se non dopo aver celebrato la Messa del giorno.
Era edificante vedere con quanta fede si inginocchiava fino a terra, durante la Consacrazione nella Messa, in adorazione del divino Mistero Eucaristico. Sosteneva che la Messa doveva essere, in un certo senso, un tutt’uno col sacerdote, perché sua prerogativa esclusiva, un privilegio cosi grande da far tremare Angeli e Santi dalla gioia, pensando che solo ai Sacerdoti cattolici, in virtù del Sacramento dell’Ordine Sacro, è stato concesso da Dio il privilegio di portare Gesù vivo e vero dal Cielo alla terra.
L’ultimo giorno della sua vita, all’imbrunire del 9 gennaio 2017, entrò nel coma profondo che prelude di solito al “grande passaggio” e quale fu la nostra meraviglia quando all’improvviso ebbe come un risveglio, che di solito viene chiamato risveglio “ante mortem“; si mise a sedere sul letto, si guardò intorno e la prima cosa che chiese fu questa: “Portatemi a casa perché voglio dire la Messa“. Furono le sue ultime parole, il suo pensiero costante e dominante: celebrare la Messa ogni giorno.
Ricordo ancora che, quando celebrava in casa con un paio di persone presenti, alla fine della Messa dava la benedizione allargando le braccia esclamando con una certa enfasi: “II Signore sia con tutti voi”, come se si trovasse davanti a una grande folla. Un giorno gli chiesi il perché di “tutti voi” se eravamo in due o tre “gatti” presenti. Rispose: “Davanti alla benedizione di un sacerdote, soprattutto al termine della Messa, c’è il mondo intero che ne usufruisce.”
Appena terminata la Messa, dopo aver svestito i paramenti sacri, era sua abitudine, secondo i consigli di molti santi – tra cui san Josemaría Escrivá – di fermarsi almeno dieci-dodici minuti in silenzioso raccoglimento per ringraziare il Signore del dono grande della S.S. Eucaristia e per chiedergli grazie per tutti coloro che si raccomandavano a lui.
Perciò restava immobile, inginocchiato sul primo banco, a pregare come assente. Solo dopo il ringraziamento, si alzava per salutare o ascoltare le persone, o confessare, o solo scambiare due parole.
P.S.
Verona ottobre 2025