Il camposanto dei monaci
Don Ferdinando amava visitare i cimiteri, in particolare il Cimitero monumentale di Verona, dove riposavano i resti della mamma e della sorella e il camposanto di Tregnago dove c’erano quelli del papà e di altre persone care.
Nella sua autobiografia ci ha lasciato il ricordo delle sue visite al piccolo cimitero dei monaci dell’abbazia di Maguzzano, nell’anno che trascorse nell’abbazia, 1949-1950, dopo che gli fu negata l’ordinazione sacerdotale e gli si chiese di abbandonare il seminario vescovile. Ecco il suo racconto.
Nelle mie passeggiate solitarie in campagna mi ero fatto degli “amici”: erano gli ultimi monaci che avevano abitato l’Abbazia e che giacevano sepolti nel piccolo cimitero in fondo alla collina. Era, quel cimitero, un quadrato di terra cintato da un muricciolo e vegliato da suggestivi cipressi, ma giaceva ormai da anni in stato di abbandono. Quel muricciolo, vecchio e corroso dal sole, con i cipressi che correvano intorno, facevano del piccolo cimitero un angolo di quiete, lontano nel tempo.
Le tombe si riconoscevano per uno stretto cumulo di terra riarsa, simile a un cuscino, e per una piccola croce di legno scuro su cui si intravedeva un nome sbiadito dal tempo. Qua e là qualche fiore di campo ornava timidamente le zolle, e ciuffi d’erba che trattenevano la rugiada notturna impedivano alla terra di screpolarsi. L’ombra dei cipressi lambiva le croci e ovattava di silenzio quei nomi che ormai non dicevano più̀ nulla a nessuno.
Io mi ero affezionato a quel luogo; dapprima mi recavo sostando all’esterno del cancello, come se fossi preso dal timore di violare la privacy dei suoi inquilini, lasciandovi una preghiera di suffragio; ma alla fine diventammo amici e spingendo adagio il cancello che cedeva cigolando dolcemente, passavo di croce in croce per togliere fuscelli secchi portati dall’aria, sistemavo qualche fiore appassito ma non sarchiavo la terra, lasciavo crescere erbe di ogni tipo perché́ riempissero l’aria con i loro profumi. Scambiavo con quegli “amici” sconosciuti qualche preghiera che non era di suffragio ma di lode al Signore, come se pregassimo insieme.
Nei mesi di aprile e di maggio venivo accolto dal coro dei fringuelli e dei passeri che si rincorrevano tra i cipressi e riempivano di gridi l’aria morbida della primavera. Perfino i ramarri non fuggivano più negli anfratti del muro, si fermavano alzando il musetto appuntito verso di me con una curiosità̀ pettegola, poi chiudevano gli occhi addormentandosi al sole.
Un somarello e la sua storia, pp. 76-77.
Bibl. Un somarello, pp. 226-227; Don Ferdinando Rancan, pp. 84-85
