Ho apprezzato la sua fortezza, l’obbedienza alle indicazioni, il sorriso… È stato un paziente perfetto.

Ho seguito don Ferdinando Rancan come medico di famiglia per vent’anni, praticamente fino alla conclusione della sua vita nel 10 gennaio 2017. Dico “medico di famiglia”, perché l’ho seguito come una persona di famiglia. Tra di noi, con il tempo, si è creato un rapporto di amicizia e di affetto. Ho apprezzato la sua fortezza davanti alle malattie, l’obbedienza con cui seguiva le indicazioni che noi medici gli davamo, il sorriso che manteneva anche nelle difficoltà. È stato un paziente perfetto. Ho visto sempre in lui l’uomo di Dio, che mantiene la sua identità sacerdotale in ogni situazione.
…
Era sereno. Pur consapevole delle sue menomazioni, mi diceva che voleva arrivare agli ottant’anni e poi a novanta: lo diceva sorridendo. Tra le menomazioni quella più pesante era la compromissione visiva fino quasi alla cecità. Aveva fatto una emorragia retinica nel 2011. Ma risultava pesante anche la difficoltà di respirazione e la necessità di usare una maschera di ossigeno durante la notte e anche durante il giorno. Si muoveva portando con sé una bombola di ossigeno. Gli era stato tolto una parte di un polmone. Aveva poi seri problemi intestinali.
Qualcuno, pensando a certe durezze della sua vita, mi ha chiesto se ho avuto problemi di depressione. Direi di no in senso specifico, anche se prendeva qualche goccia di sedativo o di ansiolitico. Indubbiamente portava pesi gravosi sulle spalle e a volte lo si vedeva molto preoccupato. Era però un uomo di fede ed era anche sostenuto da una solida maturità umana.
…
Era molto riconoscente per l’aiuto che gli si dava. Voleva darmi qualche cosa tutte le volte che andavo a trovarlo: una bottiglia di vino, ecc. Gli dicevo: mi basta bere un bicchiere di vino; questo sì perché tira un poco su. A Natale o a Pasqua mi dava il dolce. Qualche volta mi ha chiesto se poteva darmi un compenso in denaro. Gli ho detto: “Don Ferdinando non scherziamo; tra di noi c’è amicizia e affetto”.
L’ultima volta che l’ho visto ho avuto l’impressione che non avesse più tanti giorni da vivere. È l’impressione che si ha quando un medico per tanti anni segue un paziente e vede che c’è un calo. Non mi sono sentito di dirgli niente, ma ho pensato proprio: non lo vedrò più. Erano cadute le difese fisiche, psicologiche, ma non quelle spirituali. Proprio non ce la faceva. Si vedeva che era stanco. Non era stanco della vita, ma era stanco della malattia che lo colpiva da anni e anni. Cercava però di mantenersi battagliero. Era sempre molto sorridente, aveva il senso dello humour. Scherzava sulla sua invalidità. La confidenza era divenuta tanta da far sì che a volte parlavamo in dialetto. Era lui che iniziava.
Adesso sono arrivato a pensare a lui con la preghiera della devozione privata. La conosco a memoria, la recito spesso e la applico a me: “Fa’ che anch’io possa fare della mia vita ordinaria un cammino di santità…”. Don Ferdinando non è un santo che ha fatto cose straordinarie, ma lo è stato. Lui può essere un esempio per chi vive nell’ordinario. Si deve apprezzare l’ordinario perché davanti a Dio è straordinario. Sono cambiati i tempi e non si può più vivere la santità come allora, andando nei monasteri. Si possono fare cose grandi nell’ordinarietà, che si vede importante se uno guarda con fede. Ordinarietà facendo il proprio dovere, quello a cui sei chiamato. È così che lui ha fatto, come le persone sante. I santi devono essere esemplari nel senso che devono essere un esempio per noi. Quindi c’è ragione per indicare Don Ferdinando come un esempio di santità normale.
A.F.
Verona, luglio 2025